LA POLITICA TORNA TRA LA GENTE
Per anni ci hanno spiegato che la politica doveva stare nei palazzi, nelle segreterie, nelle liste decise a tavolino.
Noi diciamo il contrario: la politica deve tornare tra la gente.
La riforma della legge elettorale rafforza la stabilità di governo e restituisce agli elettori un peso maggiore nella scelta di chi li rappresenta.
Ed è proprio questo che dà fastidio a una certa politica.
Perché tornare alle preferenze significa tornare a conquistarsi il consenso. Significa metterci la faccia, andare sui territori, incontrare le persone e rispondere di quello che si è fatto.
Meno rendite di posizione. Più giudizio degli elettori.
Sul voto degli italiani all’estero il PD grida allo scandalo perché i nuovi collegi sarebbero troppo grandi.
Davvero?
Io rappresento già un territorio che va dagli Stati Uniti al Canada, dal Messico ai Caraibi. Non è certamente un collegio di provincia.
Ma chi pensa che la rappresentanza si misuri con i chilometri dimostra di non aver capito cosa significhi rappresentare gli italiani nel mondo.
Le loro priorità sono chiare ovunque vivano: consolati efficienti, tutela delle imprese italiane, Made in Italy, pensioni, fiscalità, servizi e meno burocrazia.
Non serve vivere a dieci chilometri dal proprio parlamentare. Serve sapere chi è, cosa fa e poterlo giudicare.
Questa è la differenza.
Io non considero il mio seggio una proprietà e non considero gli elettori un fastidio da incontrare ogni cinque anni.
Il seggio appartiene ai cittadini.
E se qualcuno teme che siano i cittadini a scegliere chi deve rappresentarli, allora forse il problema non sono i collegi troppo grandi.
Forse è il consenso troppo piccolo.