Settant’anni fa, l’8 agosto 1956, a Marcinelle morirono 262 minatori. Centotrentasei erano italiani.
Non erano avventurieri e non erano uomini in cerca di scorciatoie. Erano padri, mariti, figli che avevano lasciato la propria terra e accettato uno dei lavori più duri che si potessero immaginare per conquistare, con il sacrificio, una cosa sola: la dignità di costruire un futuro per le proprie famiglie.
Marcinelle non è soltanto la storia di una tragedia. È la storia di un’intera generazione di italiani che non partì per essere mantenuta, ma per mantenere; non per chiedere privilegi, ma per offrire lavoro, competenza e coraggio.
I nostri connazionali hanno imparato nuove lingue, rispettato le leggi, affrontato diffidenze e pregiudizi. Hanno lavorato nelle miniere, nelle fabbriche, nei cantieri e, con il tempo, hanno costruito imprese, famiglie e comunità. Non hanno semplicemente trovato posto in altri Paesi: hanno contribuito a renderli più ricchi, più moderni e più forti.
Per questo ricordare Marcinelle significa andare oltre la retorica dell’emigrazione. Significa riconoscere che l’Italia non è soltanto una nazione dalla quale milioni di persone sono partite: è una nazione che, attraverso i propri emigranti, ha partecipato allo sviluppo economico, industriale e sociale di interi continenti.
Quella storia continua ancora oggi, nella straordinaria comunità degli italiani nel mondo che ho l’onore di rappresentare.
Ricordare Marcinelle significa restituire loro il posto che meritano: non ai margini della storia italiana, ma al centro della sua grandezza.