I conflitti non influenzano il commercio internazionale. I conflitti rivelano la verità del commercio internazionale. Per anni ci siamo raccontati la bellissima storia secondo cui più mercati aperti avrebbero significato automaticamente più pace, ma oggi abbiamo il coraggio di dire che l’interdipendenza senza regole diventa dipendenza, e il libero commercio senza reciprocità si trasforma in una sofisticata resa industriale.
Ho parlato di questo nel mio intervento all’evento dedicato all’impatto delle crisi globali sui mercati nell’ambito della terza edizione della conferenza “Geocrazia”, tenutosi presso la Sala Refettorio della Camera dei Deputati.
Ribadire il il paradigma economico degli ultimi decenni è fondamentale, la sicurezza nazionale del XXI secolo non si misura più soltanto in carri armati, ma nella resilienza delle filiere logistiche, nei cavi sottomarini, nei semiconduttori, nelle rotte marittime e nel controllo delle materie prime strategiche. Ogni contratto internazionale di rilievo è ormai a tutti gli effetti un atto geopolitico e una scelta di sovranità.
Oggi la vera sfida per l’Italia e per l’Occidente si gioca su tre direttrici chiare: reciprocità, sicurezza e responsabilità. Il mercato aperto non può essere una porta spalancata da una parte sola. Il commercio internazionale non è il dopoguerra, è il pre-guerra, il luogo in cui si capisce prima degli altri, leggendo le rotte marittime e le catene del valore, se il mondo sta andando verso la cooperazione o verso la frattura. È una forma di intelligence democratica. La pace non è assenza di forza, è la capacità di usare la forza economica per evitare che serva quella militare



