A Boston, per la Festa della Repubblica, non ho partecipato solo a una celebrazione con più di 1200 persone in un fiume tricolore mai visto in una celebrazione della nostra festa prima.
Ho visto una comunità italiana che non ha bisogno di retorica per emozionare: famiglie, figli, nipoti, storie di sacrificio, radici che hanno attraversato l’oceano e che ancora oggi tengono viva l’Italia con una forza che commuove, un’eccellenza che lascia senza parole .
Perché l’Italia all’estero non è un ufficio.
Non è un timbro.
Non è una scrivania dietro cui sentirsi importanti.
È una casa.
E una casa, quando è pubblica, non ha padroni: ha custodi.
Per questo voglio ringraziare sinceramente il Console Generale di Boston e tutto il suo team: perché qui si percepisce il senso giusto delle istituzioni. Si capisce che il Consolato non è il salotto privato di qualcuno, non è il feudo di chi confonde una nomina con un atto di proprietà, non è il piccolo regno di chi pensa che i connazionali debbano bussare in punta di piedi.
A Boston ho visto l’opposto: ho visto rispetto, servizio, attenzione, comunità.
E lasciatemelo dire con chiarezza: i nostri diplomatici migliori non sono quelli che si sentono padroni di casa. Sono quelli che hanno l’intelligenza, l’eleganza e l’umiltà di capire che quella casa appartiene agli italiani.
Da parlamentare eletto dagli italiani all’estero, torno da Boston con ancora più convinzione: noi non rappresentiamo palazzi, rappresentiamo persone. Non dobbiamo rendere conto ai salotti, alle gerarchie o alle vanità di qualcuno.
L’unico vero padrone di casa è il popolo italiano.
E quando una comunità come quella di Boston lo ricorda a tutti con questa dignità, questa passione e questo amore per l’Italia, allora la Festa della Repubblica diventa qualcosa di più di una cerimonia.
Diventa una promessa.
Servire.
Ascoltare.
Difendere.
Mai dimenticare da dove veniamo.
Viva la comunità italiana di Boston.
Viva gli italiani nel mondo.
Viva l’ Italia



